Accoglienza e identità: come far sentire ogni ospite riconosciuto

Hai presente quel momento in cui l’ospite smette di essere uno dei tanti e diventa una persona riconoscibile? Con le sue abitudini, le sue esigenze, le sue piccole manie, il suo modo unico di abitare l’esperienza.

Mi è capitato di pensarci con più attenzione durante un soggiorno da Valdirose, appena fuori Firenze, una struttura d’ospitalità raffinatissima, scelta quasi per caso durante uno dei miei spostamenti. A colpirmi non è stata solo la bellezza del posto, ma la cura quasi maniacale dell’accoglienza e la personalità di chi lo abita professionalmente.

Da lì è nata una riflessione sul concetto di accoglienza: l’impeccabile gesto, l’impeccabile regola può restare impersonale.

Succede quando lo standard funziona perfettamente, quando tutto il personale è formato per rivolgersi agli ospiti nello stesso modo, con le stesse parole, la stessa postura.
Da una parte è una garanzia, soprattutto nelle grandi strutture, dove il cliente cerca sicurezza, continuità, affidabilità. Dall’altra, però, il rischio è sentirsi uno e nessuno.

Il vero passo in avanti, oggi, sta nella capacità di riconoscere l’ospite.

E nelle piccole strutture questo accade più facilmente: la personalità dei padroni di casa si sente, si riflette negli spazi, nei dettagli, nel tono dell’accoglienza. L’ospite sceglie quel luogo anche per affinità: accetta magari l’assenza di alcune comodità, una dimensione meno perfetta, perché cerca una sensazione accogliente da portare con sé.

Ma nelle grandi strutture? La personalità di qualcuno arriva ancora? O arriva solo la sicurezza dello standard?
Il cliente può scegliere una grande catena internazionale per la certezza di ritrovare, in ogni parte del mondo, lo stesso livello di servizio, ma cerca anche qualcosa che parli a lui.

È qui che la formazione dello staff diventa decisiva: osservare, ascoltare, raccogliere informazioni, trasformare un dato in un gesto.

Si tratta di sviluppare una forma delicata di comunicazione: chi accoglie si espone, ma lascia all’ospite la libertà di decidere quanto avvicinarsi e questo lo si può imparare, affinare, con metodo ed empatia.

E tu, nella tua struttura, hai già scelto qual è il momento in cui entrare davvero in contatto con chi arriva?
Possiamo pensare insieme come “allenare” il tuo team a un’ospitalità che faccia sentire ogni cliente visto davvero.

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