Parlare troppo di vino ha spaventato le persone

 

C’è una reazione fisiologica che si innesca quando attorno a noi si parla di un argomento che non conosciamo: ci sentiamo impreparati. È un dato di fatto a cui poi reagiamo in modo soggettivo: c’è chi si incuriosisce e vuole scoprire di più su quell’argomento e chi invece si spaventa, frenando la spontaneità.

Osservo da un po’ proprio questa dinamica attorno al mondo del vino.

Tutto questo parlare di terroir, varietà, naturalità…, proporre innumerevoli degustazioni, avvolgere di tecnicismi un alimento che prima di tutto nasce per avvicinare, per abbattere le timidezze e le barriere relazionali, ha finito per creare un effetto boomerang.

Escluse infatti quelle persone particolarmente appassionate e competenti, in qualità di food&wine expert registro una difficolta nel cliente “comune”. Sceglie solo bottiglie che già conosce, rimane restìo nei confronti della novità, del diverso, specie se si trova in compagnia di altre persone.

Molti esperti si stanno interrogando sulle strategie da intraprendere per risolvere questo gap, alcuni hanno persino parlato della necessità di “ridemocratizzare il vino”.

Secondo il mio punto di vista, il vino è ancora democratico, lo è e lo sarà sempre, già solo per il fatto di stare sulle tavole di tutti.

Nei percorsi di formazione per la brigata di sala e di cucina che seguo, insegno ai miei ragazzi dei gesti che dimezzino il rischio di spaventare il cliente.

Un esempio è proporre sempre un’alternativa: non arrivare mai al tavolo e dire “prenda questo”, ma proporre almeno due possibilità, così da ridurre il campo, aiutare il cliente usando poche parole e al tempo stesso lasciarlo libero di scegliere.

Sono piccole accortezze utili ad alimentare quell’accoglienza insita nel vino, di cui forse ci stiamo un po’ dimenticando.

Scrivimi