
Cosa significa davvero guidare un ristorante oggi?
Nelle mie lezioni di Restaurant Management parto sempre da qui.
Ancora prima di toccare il food cost, i turni e tutte le specifiche tematiche, mi soffermo su questa domanda, per allenarmi ad ascoltare il punto di vista di chi si sta affacciando a questo mestiere e captarne le potenzialità.
Il concept perfetto, il menu studiato con competenza, una sala che funziona, tutto può essere perfetto, ma senza una squadra composta da persone di cui ti fidi, senza quella capacità di ascolto, empatia, comprensione reciproca e cura, nulla ha la forza di resistere nel tempo.
È interessante intersecare a tutto questo – che non è poco! – la sfida ulteriore che appartiene solo al nostro tempo: l’Intelligenza Artificiale. Lo reputo interessante perché mette in luce un punto debole comune non soltanto ai giovanissimi, ancora in formazione, ma anche ai manager con cui lavoro quotidianamente.
C’è la paura di essere sostituiti, c’è la paura di perdere la propria identità, ci si identifica troppo con ciò che si sa fare, non con ciò che si è. Allora, se il mio lavoro coincide con la mia operatività, delegare diventa pericoloso. Se lo fa l’AI, forse anche meglio di come lo faccio io, allora non valgo più.
Portare un piatto, un giorno, lo farà un robot, sicuramente sì. Ma costruire una relazione, riconoscere il merito, motivare una squadra, gestire un conflitto, leggere un silenzio in sala: questo, resta umano.
Le soft skills stanno diventando le vere hard skills: non sono più secondari, diventano il centro. Mi concentro su questo, sulla conoscenza delle dinamiche, sulla direzione verso cui tendere.
I manager di cui abbiamo bisogno, i professionisti dell’ospitalità di cui abbiamo bisogno sono persone che sappiano fare dell’AI uno strumento che alleggerisca i compiti manuali marginali, ma che facciano dell’esperienza umana, a contatto con il cliente, la loro forza.